Il perfido «ovvero»

approvazioneLa modifica degli articoli del codice penale sulla legittima difesa, approvata dalla Camera il 4 maggio 2017, ha causato veementi polemiche politiche, dovute a una lettura superficiale del testo. Ma la cattiva redazione della legge giustifica l’errore fatto, in buona o cattiva fede, da politici e cittadini, i quali hanno creduto di capire che di notte è legittimo difendersi con le armi da chi si introduce nella nostra casa, ma di giorno no. Ecco il testo della legge, come è stata approvata dalla Camera dei deputati:

legittima_difesaIn sostanza, la legge dice che due comportamenti vanno considerati forme di legittima difesa:

  1. la reazione a un’aggressione che ha luogo di notte
  2. la reazione contro chi si introduce, con violenza o con minacce o con inganno, in casa altrui.

L’equivoco si basa sull’ambiguità di ovvero, che in questo caso (come spesso nei testi normativi) significa «oppure», ma che nel linguaggio quotidiano significa più frequentemente «cioè».

ovvero

sabatiniMa il legislatore se l’è andata a cercare: come ha ricordato sul «Corriere della sera» il presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, da anni i linguisti cercano di attirare l’attenzione di legislatori e giuristi sui danni che possono nascere dall’uso della congiunzione ovvero. Ma legislatori e giuristi fanno orecchio da mercanti: a loro, ovvero  piace proprio tanto. Una volta, una collega di discipline giuridiche, alla quale avevo segnalato la possibile ambiguità di ovvero, mi ha letteralmente scongiurato: «non togliermi ovvero!». Ovvero, in quanto forma di uso poco comune, può anche piacere da morire; ma era fin troppo facile prevedere che questa passione avrebbe portato prima o poi a fraintendimenti anche gravi. Nei giorni scorsi la facile previsione dei linguisti si è avverata.

Solo un ex magistrato, come Carlo Nordio, può non vedere il problema. Intervistato da Radio 24, l’ex procuratore aggiunto di Venezia sostiene che la norma è chiara: «c’è un’espressione disgiuntiva, un ‘ovvero’, che significa una cosa molto semplice per noi tecnici del diritto». Certo: per chi è abituato a maneggiare quell’italiano spesso artificiale che è l’italiano giuridico, può non esserci problema. Ma le leggi sono scritte per tutti i cittadini, non solo per i tecnici del diritto. E la cronaca di questi giorni ha mostrato bene che per i cittadini il problema c’è, eccome.

paleGli avvertimenti sui rischi interpretativi di ovvero erano stati numerosi. La spesso bistrattata Accademia della Crusca si è occupata almeno due volte, con equilibrio e prudenza, del significato di oppure: una volta, nel 2003, affidando il commento al compianto Serge Vanvolsem, un’altra ritornando, l’anno successivo, sull’argomento con un intervento del servizio di consulenza linguistica. Quest’ultima nota si conclude con un suggerimento prezioso: quello di preferire una congiunzione che non presenti ambiguità o molteplicità di funzioni, per evitare fraintendimenti da parte del destinatario.

acerboni

Tra il 2008 e il 2012, Giovanni Acerboni ha sviluppato, nel suo sito L’ink scrittura professionale, una vera e propria campagna per l’eliminazione di ovvero dai testi normativi. Ecco i post dedicati a questo tema, ricchi di esempi che avrebbero dovuto fare qualche effetto sul legislatore, se solo si preoccupasse almeno un pochino dell’italiano che usa nello scrivere le leggi:

 

severgniniNe aveva parlato, con il suo stile, anche Beppe Severgnini. E ne ho scritto anch’io: sul «Corriere del Ticino» e nell’articolo Un “codice di polizia grammaticale” per il diritto e la pubblica amministrazione?, «LId’O. Lingua italiana d’oggi» X, 2013, pp. 103-114.

plurilingua

È anche interessante vedere in che modo questa espressione infelice è stata introdotta nella legge. Si è trattato di un emendamento proposto all’ultimo momento dalla commissione che aveva esaminato in sede referente la proposta di legge. Come emendamento dell’ultimo momento, non ne trovo traccia nelle discussioni in commissione; ma evidentemente si tratta di una decisione della maggioranza.

emendamento

ignazio_larussaL’opposizione, per bocca di Ignazio La Russa, ha lamentato questo cambiamento dell’ultimo momento: «dopo due anni e due mesi, negli ultimi venti minuti c’è un cambiamento che può essere positivo, ma fatecelo valutare appieno». La cosa più curiosa, però, è che l’emendamento riprende alcuni temi di un emendamento dello stesso La Russa, che era stato bocciato in commissione ed era stato riproposto in aula.

larussa

Lo nota lo stesso La Russa: «io non so se esserne contento o no, posso anche apprezzare lo sforzo della maggioranza di scopiazzare, anzi, scusate il termine, di ispirarsi – va bene così? Non scopiazzare, ispirarsi – a un mio emendamento e a emendamenti della Lega, perché di questo si tratta, cercando di far passare come farina del proprio sacco, ciò che farina non è».

Bisogna riconoscere che nel testo proposto da Ignazio La Russa non c’erano le due espressioni fortemente criticabili dal punto di vista linguistico, presenti nell’emendamento della commissione, poi approvato: l’ovvero di cui stiamo discutendo, ma anche tempo di notte, che è stato giustamente criticato da Francesco Sabatini e al quale sono state indirizzate parecchie ironie nei commenti in rete. La Russa aveva scritto ore notturne (stessa soluzione proposta, a posteriori, da Francesco Sabatini, che non è propriamente un fan del partito di La Russa) e, nel contesto specifico, non aveva scritto ovvero, bensì il più umano o (ma La Russa non è privo di colpe: il famigerato ovvero, da bravo laureato in Giurisprudenza, l’aveva usato poche righe sopra).

Evidentemente, la maggioranza, quando si è «ispirata» all’emendamento La Russa, ha cercato di mascherare la copiatura, cambiando qualche parola, come fanno spesso i laureandi, e, si è scoperto recentemente, anche i dottorandi, copioni. Con il risultato di peggiorare il testo. Anche copiare è un’arte: chi copia dovrebbe essere in grado di farlo con perizia, cosa che palesemente non è accaduto in questo frangente.

La maggioranza ha quindi la grave colpa di aver modificato la legge all’ultimo momento e di averlo fatto, almeno sul versante linguistico che è quello che interessa a questo blog, senza sufficiente discernimento. Capita spesso in Parlamento: procedure come questa sono certamente una delle cause della cattiva redazione di molte leggi.

Ma l’opposizione non è esente da colpe: nessuno ha fatto notare che il testo proposto era ambiguo. Incapacità di leggere il testo? Connivenza con la maggioranza nel disinteressarsi alla qualità del dettato legislativo? Furbizia, che ha fatto intravvedere l’infortunio della maggioranza, ma non l’ha corretto per poterci poi speculare nella propaganda? Fatto sta che una Camera che, nella stessa discussione, ha discettato a lungo sulla possibilità di mutare il titolo alla legge (inizialmente «Modifica all’articolo 59 del codice penale», ora «Modifiche agli articoli 52 e 59 del codice penale»), non è stata in grado di evitare una formulazione della legge che può portare, e ha portato, a facili malintesi.

Non è la prima, né sarà l’ultima volta, che esce dal Parlamento una legge testualmente equivoca e ambigua.

 

Il perfido «ovvero»ultima modifica: 2017-05-07T12:06:16+00:00da cortmic
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