Maurizio Crippa: il bue che dice cornuto all’asino

crippaMaurizio Crippa, vicedirettore del «Foglio», ha scritto un articolo dal titolo Fedeli studi linguistica, invece di fare il sindacalisto donna.

Per dimostrare il suo assunto, Crippa scrive, con sintassi claudicante, una vagonata di sciocchezze linguistiche, di quelle che non dicono neppure gli studenti che, dopo aver tentato 4-5 volte un esame di linguistica o di linguistica italiana, si accontentano di un 18, dopo aver preso per sfinimento il povero professore o la povera professoressa.

La prima frase del suo articolo è una sfida al lettore e alla grammatica. Una sfida ardua per il lettore: è una frase di 68 parole (come nel peggior burocratese), che tratta, in modo davvero confuso, di molte cose.

fedeliSe Fedeli studiasse linguistica, invece di fare il sindacalisto donna nel giorno in cui Trump ha scoperto il potere di pigiare il pulsante “bomb”, che grosso modo equivale alla scoperta dei bambini maschi di potersi toccare il pisello (gender matters, in politica), è chiaro che occuparsi della titolare (o titolaressa?) della Pubblica istruzione e dei suoi vezzi da improvvisata linguista (il maschile sarà linguisto?) di genere appaia irrilevante.

Ma va peggio alla grammatica. Che razza di periodo ipotetico è, questo? «Se Fedeli studiasse linguistica […], è chiaro che occuparsi della titolare (o titolaressa?) della Pubblica istruzione e dei suoi vezzi da improvvisata linguista (il maschile sarà linguisto?) di genere appaia irrilevante». Non è certo italiano: semanticamente non funziona, è pura nebbia. Ma sintatticamente ancor meno. Ripulendo il testo dalle contorsioni sintattiche, l’autore sembra voler dire che se Fedeli studiasse linguistica, occuparsi dei suoi vezzi sarebbe irrilevante. Non sono sicuro che sia l’interpretazione giusta, continuo a non capire bene il senso della frase, ma così almeno salviamo la grammatica.

dalessandroPoi, immagino per fare della malriuscita ironia, Crippa parla di linguisto, sindacalisto, lauro (come maschile di laurea?????), titolaressa. Capita a fagiolo un commento di Roberta D’Alessandro (Università di Utrecht), pubblicato proprio oggi su Facebook, non credo in riferimento al capolavoro di Crippa:

Ogni volta che vi verrà in mente di dire “ma allora facciamo anche piloto e autisto” o “la presidenta” sappiate che fate sì ridere, ma non per le ragioni che pensate voi.

A questo punto, il nostro giornalista si trasforma in linguista:

Non è che sia complicato, è che si vorrebbe evitare di spiegare sempre che in italiano il maschile ha assorbito il genere neutro, che esistono pure gli invariabili in “a” (giornalista) e che nomi legati alle cariche declinano in un maschile che è neutro, o perché si riferiscono a un dicastero (volete la dicastera?).

neutroMamma mia, quanta confusione ancora! Confermo: il 18 in linguistica non lo raggiunge neanche per pietà. È vero che in italiano il maschile ha assorbito il genere neutro, ma solo dal punto di vista fono-morfologico. Per esempio, il neutro latino della seconda declinazione finiva, all’accusativo (che è il caso che fa fede per l’etimologia), in -u(m), esattamente come il maschile. Quindi, le parole maschili e quelle neutre hanno preso in italiano la stessa desinenza -o. Ma ricordiamo tutto: i plurali qualche volta sono stati resi dal femminile (per es. le braccia).

Però, se il nostro giornalista-linguista crede che in italiano il maschile abbia assunto anche le funzioni del neutro, si sbaglia di grosso. Semplicemente, in italiano il neutro non esiste: non esiste, cioè, un genere specifico per denominare oggetti non animati. D’altro canto, in latino (e nelle altre lingue che hanno questo genere), il neutro non neutralizza le differenze di sesso nelle parole che si riferiscono ad esseri animati. Per questa funzione, già in latino, si propendeva per il maschile: homo ‘uomo, senza indicazione del sesso’ (contrapposto a vir ‘uomo di sesso maschile’); ma poteva accadere che la stessa funzione venisse svolta da parole femminili (per es. persona ‘maschera’, ma anche ‘individuo (indipendentemente dal genere)’). Esattamente come in italiano.

deontologiaQuindi, l’asserzione che i «nomi legati alle cariche declinano in un maschile che è neutro» è, dal punto di vista della linguistica, totalmente insensata. Forse il nostro giornalista si riferiva alla non marcatezza, cioè al fatto che, se ci si riferisce a un insieme di persone costituito, anche solo potenzialmente, da maschi e da femmine, lo si denomina con il maschile: per es., il codice deontologico dei giornalisti dichiara che «Il giornalista […] difende il diritto all’informazione e la libertà di opinione di ogni persona; per questo ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti». Ma poi, se una singola persona iscritta all’ordine non rispetta questo principio, si dirà che «quel giornalista non ha rispettato la verità» o che «quella giornalista non ha rispettato la verità».

Non vanno sottovalutate le obiezioni di chi nota che, a forza di usare il maschile come genere non marcato, si sono creati stereotipi difficili da estirpare (se vi dicono che i carabinieri hanno sgominato una banda di delinquenti, quanti di voi pensano che nella squadra dell’Arma ci potrebbe essere, che so, una tenente e che gli arrestati potrebbero essere due uomini e due donne?); ma in questa sede possiamo mettere momentaneamente da parte questo problema molto delicato e di difficile soluzione.

Le fragilità di Crippa sono, infatti, ben più terra terra, anche a proposito dei nomi in -ista. Il nostro valente giornalista, infatti, sbaglia quando dice che «esistono pure gli invariabili in “a” (giornalista)». Innanzi tutto, non si tratta di nomi in -a, ma di nomi in -ista. E poi, sì sono nomi invariabili, al singolare (però viene sempre attribuito loro il genere, attraverso l’accordo con articoli e aggettivi). Ma al plurale no che non sono invariabili: ci sono i giornalisti e le giornaliste.

cruscaCrippa attribuisce questa posizione all’Accademia della Crusca:

Vero è che la Crusca sostiene che laddove si possa utilizzare il morfema portatore dell’informazione sessuale corretta è meglio farlo (maestro e maestra).

Non è la Crusca a sostenerlo. È una regola generale della grammatica italiana. Da sempre. Crippa ritiene che per alcuni nomi non valga la regola dell’attribuzione del genere ai nomi che indicano esseri umani? La regola, intendo, secondo la quale le parole che indicano persone specifiche selezionano il genere, maschile o femminile. in relazione al loro sesso? Allora, è lui che deve portare argomentazioni, ben solide, per motivare questa differenza. Non chi sostiene la declinabilità per genere.

Ma a Crippa la Crusca proprio non piace:

petalosoCi limitiamo ad annotare che per la Crusca era geniale persino “petaloso”, ormai è un’accademia scaduta al livello di inattendibilità di un’Antimafia qualsiasi.

Crippa può pensare quello che vuole della Crusca (come io posso pensare quello che voglio del giornale di cui lui è vicedirettore – e dopo aver letto il suo articolo ne penso molto, ma molto male). Ma non può deformare i fatti. L’abbiamo visto sopra: un giornalista deve raccogliere le notizie con la maggior accuratezza possibile. E allora lo sfido: mi porti la fonte da cui trae che l’Accademia della Crusca ha definito, o anche solo considerato, geniale la neoformazione isolata petaloso. Se ha la prova, bene; se no, non solo dimostra di non saper scrivere in italiano e di non sapere dominare questioni basilari di linguistica (pur «montando in scagno» e pretendendo che Valeria Fedeli studi la linguistica), ma certifica di non rispettare neppure il codice deontologico della sua professione, nel punto in cui richiede di raccogliere con la maggior accuratezza dati e informazioni, restituendo ai lettori la verità sostanziale dei fatti. Su petaloso la verità sostanziale non è quella che ha scritto lui (anche se, magari, crede che le cose siano andate come dice). La Crusca ha sostenuto solo una cosa che mi risulta indubitabile: petaloso rispetta le regole di formazione delle parole in italiano. Crippa può dire che ciò non è vero e concludere che chi afferma ciò è scaduto a un forte livello di inattendibilità?

La cosa peggiore non è, tuttavia, la caterva di errori che spero di aver debitamente documentato e motivato, ma il fatto che chi scrive tutte queste – come possiamo dire, per essere politicamente corretti? – imprecisioni, chiede alla ministra Valeria Fedeli di studiare linguistica. Siamo davvero nella situazione del bue che dice cornuto all’asino! Uso un detto popolare. Ma, sia chiaro, non intendo certo dare dell’asina alla ministra dell’istruzione.

ghenoPostilla. Approfitto dello spunto datomi dall’articolo del «Foglio», per rinviare ad un post pubblicato da Vera Gheno in Facebook. Lo condivido quasi in pieno (solo su un punto sono in disaccordo,  a meno che non abbia capito male quello che sostiene Vera: sono convinto che anche i maschi possano prendere posizione sull’argomento; la lingua è di tutti i parlanti, non solo di una parte).

Maurizio Crippa: il bue che dice cornuto all’asinoultima modifica: 2017-04-09T22:31:56+00:00da cortmic
Reposta per primo quest’articolo