Insegnare all’IIT a scrivere in italiano. Lesson one

HtDomenica scorsa, un certo numero di scienziati italiani all’estero ha pubblicato sul «Sole 24 ore» un appello dal titolo Separare scienza e politica, molto critico sulla procedura adottata dal governo italiano per creare un polo scientifico-tecnologico sull’area nella quale si è tenuta l’anno scorso l’Expo. L’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), l’Istituto incaricato di redigere il progetto del nuovo polo, ha pubblicato oggi, sempre sul «Sole 24 ore», un comunicato di risposta.

Ne sono venuto a conoscenza grazie a un pertinentissimo commento, su Facebok, di Daniela Ovadia:

«Han fatto bene a rispondere ma ma non sarebbe stato il caso di evitare questa sequela di termini tecnici in inglese e farsi capire dal lettore comune? Soprattutto se si vuole “fare chiarezza”. Valeria Delle Cave, spiegaglielo tu che questo è linguaggio per iniziati mentre dall’altra parte c’è chi sa comunicare fin troppo bene».

ovadia

iit-logoIl comunicato è veramente indecente per numero di anglismi (e anche per inchini al linguaggio burocratico e altri difetti comunicativi). Ma è Pasqua e bisogna essere buoni. E allora mi offro volontario per insegnare all’Istituto Italiano di Tecnologia a scrivere in modo corretto ai suoi finanziatori, che sono i contribuenti della Repubblica Italiana. Il programma formativo comprende:

Prima lezione (Lesson one): Riconoscimento degli anglismi presenti nel testo.
Seconda lezione (Lesson two): Riflessione sugli anglismi consolidati nell’ambito della ricerca (come call, peer review, tenure track), che però vanno spiegati quando si scrive a un pubblico esterno al mondo della ricerca, su quelli rubati al mondo dell’economia, ma facilmente sostituibili (per es. financial need), su quelli del tutto arbitrari e sostituibili (per es. misleading o rumors).
Terza lezione (Lesson three): Laboratorio di riscrittura in lingua italiana del comunicato.
Quarta lezione (Lesson four): Il genere dei forestierismi, una volta che siano inseriti in un testo italiano (la peer review, 11.100 risultati in Google, o il peer review, 2.500 risultati in Google?)
Quinta lezione (Lesson five): Come comunicare a un pubblico di esperti internazionali e come comunicare a un pubblico di cittadini italiani.

Quella che segue è la prima lezione, gratuita. Le successive saranno a pagamento. Se l’IIT riconoscerà di avere un forte bisogno di corsi di scrittura, potrà lanciare una call internazionale, riservata, si spera, a chi conosce l’italiano.

Lezione 1. Riconosci gli anglismi presenti nel comunicato:

Rispetto a quanto affermato nel numero scorso dagli scienziati Paola Arlotta, Enrico Carbone, Francesco Colucci, Daniele Daffonchio, Enzo Di Fabrizio (ex ricercatore IIT), Antonio Giordano, Daniela Pappalardo, IIT intende puntualizzare alcune affermazioni, che risultano completamente prive di ogni fondamento, rispetto alla proposta di progetto Human Technopole, realizzato da IIT insieme a Università Statale di Milano, Politecnico di Milano e Università Bicocca di Milano e consegnato in data 24 Febbraio 2016 al Governo.
1 – Non esiste alcun finanziamento di 1,5 miliardi dato a IIT o ad altri soggetti per sviluppare lo Human Technopole.
2 – Il Governo ha richiesto a IIT di elaborare una proposta di progetto per il post EXPO, in collaborazione con le tre Università di Milano e con una decina di IRCSS milanesi (Expo si trova a Milano e quindi le strutture milanesi sono quelle primariamente coinvolte).
3 – Uno degli obiettivi (oltre a quello di creare una large scale facility per precision medicine) è di attrarre talenti. La proposta prevede di assumere 1500 persone con un centinaio di Principal Investigator, solo ed esclusivamente attraverso call internazionali. Per questo motivo (e per la capacità di costruire e gestire grandi lab) il concepimento della proposta è stata affidato a IIT. Solo IIT, in Italia, può reclutare con call internazionali e tenure track. Tale possibilità deriva dal fatto che IIT, pur essendo un ente pubblico, ha una organizzazione di diritto privato.
Se il progetto diventerà esecutivo, HT aprirà immediatamente le call internazionali per i direttori e i Principal Investigator (nessun direttore è stato nominato, contrariamente a quanto affermato, visto che il progetto per adesso è solo una proposta da valutare e non esiste una legge che lo finanzia).
4 – La stima dei financial needs è basata su costi standard, full cost pro capite, running cost procapite, square meter procapite, e investimento iniziale per il recupero degli edifici di EXPO e per gli strumenti fondamentali (per questo ci sono 80 milioni una tantum, gli unici soldi attualmente stanziati, che però potranno essere usati solo dopo che il progetto sarà approvato, a valle della valutazione internazionale – peer review– e la burocrazia per la logistica ultimata). Il financial need stimato a regime è dell’ordine di 150 milioni anno. Quando si costruisce un’infrastruttura i financial need a regime vanno stimati, ma questo non vuol dire che siano stanziati. Se ci sarà una legge che effettivamente li stanzierà, questa dovrà essere promulgata dallo Stato. Adesso non esiste.
5 – La proposta elaborata da IIT con le tre Università Milanesi e una decina di IRCSS è stata consegnata il 25 Febbraio a: Ministero della Ricerca, Ministero delle Finanze, Ministero dell’Agricoltura (responsabile di EXPO) e Presidenza del Consiglio. Il progetto è stato inviato dal Ministero della Ricerca per il peer review, a un panel composto da una decina di esperti internazionali. Quando arriveranno i rapporti presumibilmente ci saranno da recepire molti suggerimenti, miglioramenti e raccomandazioni. Poi il Governo deciderà cosa fare a livello parlamentare: se finanziare il programma, quanto finanziarlo, in che modo gestirlo.
IIT e le Univesità milanesi hanno prodotto il first draft di un progetto per una large scale infrastructure, come richiesto dallo Stato. Il lavoro per IIT è finito.
6 – È vero che la ricerca diffusa in Italia sia in difficoltà. Tuttavia contrapporre le large scale facility al finanziamento diffuso è sbagliato. Le due cose dovrebbero crescere insieme in un paese avanzato. Asserire che IIT sottrae soldi alla ricerca diffusa perchè ha predisposto, su richiesta del Governo e in collaborazione con le università milanesi, il masterplan di una facility nazionale è fuorviante.
Sulla base di questi fatti, scritti, certi e incontovertibili, in cui non ci sono commistioni politiche di alcun genere, ma passaggi istituzionali molto chiari (e tanto lavoro e tanta scienza che però sembra non interessare a nessuno) si può concludere che:
– Affermare che viene fatta un’assegnazione diretta di 1.5 miliardi ad un unico soggetto (IIT-HT) con nessuna procedura di peer review è falso.
– Affermare che sono state seguite procedure inaccettabili in qualsiasi paese moderno è sbagliato.
– Affermare che ci sono dei “prescelti” e degli “invitati a partecipare” al progetto è falso.
– Affermare che IIT distribuisce arbitrariamente fondi pubblici è falso. IIT non fa da agenzia. Crea laboratori 100% IIT presso altre istituzioni con proprio personale, propria strumentazione, propria governance e valutazione, ma non distribuisce nulla.
– Il paragone HT- NNI è misleading. NNI è una rete americana di decine di università dislocate in tanti stati diversi: ovviamente con costruzione bottom up. HT è un laboratorio nazionale, localizzato, come il German Center for Neurode generative Diseases (o come il Kaust), costruito con decisione top down (che non vuol dire senza peer review, senza selezione internazionale etc…) Feymann e i disastri dello Shuttle non c’entrano assolutamente nulla. Meglio chiedere informazioni su ciò di cui si parla, oppure avere almeno la pazienza di verificare le informazioni. Non è corretto dare lezioni “sull’integrità degli scienziati” e sul “rapporto onesto e trasparente con i cittadini” mentre si giudica qualcosa che non si è letto, o peggio, sulla base dei rumors.

Insegnare all’IIT a scrivere in italiano. Lesson oneultima modifica: 2016-03-27T18:29:27+00:00da cortmic
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Un pensiero su “Insegnare all’IIT a scrivere in italiano. Lesson one

  1. Bravo Michele, sempre in prima linea! Ma sarebbe il caso che un po’ (tanti!) anglismi sparissero dall’ormai troppo comune linguaggio dell’ateneo, frutto a mio avviso di due fattori:
    1 – provincialismo spinto (preferisco quasi il raton degli spagnoli!)
    2 – dipendenza esplicita dal linguaggio economicistico/gestionale neocapitalistico
    Qual’è quindi la nostra… mission?
    Come al solito, “resistere, resistere, resistere” e “rompere” dove si può!

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